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Vigna del Noce

L’etichetta fa schifo lo so, ma prendetevela con il produttore, l’Azienda Agricola Trinchero, che produce questa Barbera d’Asti con atteggiamento enologico certamente più dedito a garantire la naturale espressività del terroir che non teso a imporre uno stile artificioso al nobile succo fermentato.

La qualità del contenuto della bottiglia per fortuna si è dimostrata ben lontana da quella dell’etichetta.

Il compagno di merende

Rosso intensissimo, straordinariamente cangiante dal rubino, al carminio, al mattone.

Sono forse troppo cervellotico quando analizzo l’aspetto del vino, ma queste variazioni di colore mi trasmettono subito una grande vivacità, non del tipo “sfrontatezza adolescenziale” ma del tipo “consapevolezza nell’importanza di sapersi divertire”.

Elucubrazioni di un pazzo, lo so, beviamolo va.

Lo annuso e si dimostra subito aperto e disponibile: l’olfatto è chiaro e netto nei suoi profumi, con i riconoscimenti che si associano con facilità alla tipicità di un barbera importante: una bella prugna secca, una speziatura peposa e pungente, poi una florealità dolce ed evoluta, che si trasforma in una nobile e strana nota plasticosa che ricorda il DAS per divenire in ultimo una mineralità terragna, vera.

Il gusto è incredibilmente coinvolgente: si apre subito, quasi fosse impaziente di essere bevuto, va qua e là a stuzzicare subito tutto il cavo orale con intense sensazioni di calore, morbidezza e pungenza, per finire in una dolce speziatura, che lascia la bocca divertita, ma non appagata: il finale non è lunghissimo, sembra pensato apposta per berne tantissimo di questo vino: stimolazione, poi una permanenza piacevolissima che non ti basta, il bastone e la carota. Gran bevuta.

La palese voglia di trasmettere calore di questo vino suggerisce di berlo a 18°C come fosse un vino dal tannino sostanzioso.

Forse l’abbinamento migliore è con piatti a base di carni ovine, molto saporite e grasse, magari speziate, come una tajine mrouzia, o mourouzia, marocchina.

Il prezzo sullo scaffale in enoteca è di 19 euro.

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L’arneis è uno dei pochi ma buoni vitigni a bacca bianca del Piemonte, e Roero è la sua casa, da qui la denominazione dell’etichetta qui sopra.

Il Bricco delle Ciliegie è uno dei migliori vigneti di Giovanni Almondo, e questo è il suo vino bianco più rappresentativo, d’altronde l’impegno profuso nella sua creazione è di quelli riservati ai bianchi migliori: pressatura soffice in assenza di ossigeno, fermentazione del mosto in acciaio e legno (nel secondo solo un quarto del totale), e affinamento sulle fecce per sei mesi.

Nel bicchiere trovo un’intensa e piacevole semplicità: fiori bianchi e gialli, il viburno, la ginestra e la fresia, si appoggiano su una vitalissima mineralità e sfumano in un ricordo sottile di confetto.

All’assaggio riscontro la sensazione di voluttuosa ma lampante eleganza: il vino è tenero, ben caldo e soprattutto equilibrato, con una buona intensità e un finale molto piacevole, salino e appena ammandorlato, che lascia a lungo la bocca vitale, da accogliere un altro boccone.

Ha dato gioia a tutto il convivio, è senz’altro un vino VIRTUOSO, complimenti al produttore.

Ho bevuto il Bricco delle Ciliegie il 12 novembre 2008, dopo averlo servito a 12°C per accompagnare dei bei ravioloni di zucca con amaretti e grana.

Sono convinto che l’equilibrio impeccabile gli permetterà di evolversi ancora, per 2 o 3 anni.

L’ho pagato 12 euro in enoteca.

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