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Vino Nobile di Montepulciano Salco Evoluzione 2001 Salcheto

Ed eccoci, finalmente, ad un bel Vino Nobile di Montepulciano: denominazione afflitta anch’essa da brunellosi italianismi vari, ma che nasconde, a ben guardarci dentro, delle vere gemme enologiche, di molti produttori non ancora afflitti dai protagonismi flatulenti di molti colleghi di Montalcino e del Chianti.

La storia di questo vino è particolare: l’azienda ha identificato nel 1989 una variante genetica del prugnòlo gentile (guai a chiamarlo in altra maniera…) sviluppatasi in una piccola vigna di mezz’ettaro. Il grappolo del salco (nome familiare di questo sotto-vitigno) ha l’importante peculiarità di saper tenere bene sulla pianta più a lungo del normale prugnòlo, così  Salcheto (leggi: Michele Manelli) decide nel 1999 di tentarne il progetto di vinificazione ad hoc: nascono prima il Salco (affinamento in bottiglia leggermente più breve) e poi il definitivo Salco Evoluzione. Da apprezzare soprattutto la messa  in vendita dopo ben quattro anni di affinamento in bottiglia: la pazienza come virtù.

Classicheggiante su tonalità rubino, non è pigro ma sornione: dal calice si apre un olfatto personalissimo, profondo e autunnale, che spennella ricordi con una tavolozza di sfumature marroni: dalla cannella al cacao, dall’humus alla castagna, senza dimenticare la giusta amarena e un leggero tono balsamico-legnoso non invadente: è perfettamente affinato dalla paziente maturazione.

In bocca non delude: il suo unico limite è quello di una persistenza non da campione, per il resto sa come ingentilire l’espressione del bevitore, con tannini corposi e setosi e una discreta vivacità che si affievolisce con calma aprendo ad un finale morbido ed appagante con perfetto ritorno al suo primo incontro con il naso.

E’ un vino, davvero, importante, da gustarsi con tutta la lentezza possibile, ma non meditando, bensì passeggiando con il ricordo in una meravigliosa macchia boscosa dei colli senesi, senza l’ingombrante cinghiale di turno.

Ho bevuto il Salco Evoluzione il 20 dicembre 2008, dopo averlo comprato nella piccola tienda di Salcheto in quel di Montepulciano al prezzo di 30 euro.

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LA PRESENTAZIONE

C’è tanta storia dietro questa etichetta: il Santo Stefano è uno dei vigneti più rappresentativi di una denominazione di origine che ospita il Castello di Neive, uno dei luoghi dove nell’800 nacque la moderna enologia piemontese. Barbaresco è un vino importante, ma affiancato troppo spesso come figlio di un dio minore al più celebre cugino di primo grado, compreso da pochi e osannato da troppi: il Barolo, che poi viene da terre marnose in realtà non troppo diverse da quelle di Barbaresco, di Neive e di Treiso. Ora separiamo però i due cugini e mettiamo da parte un confronto che ci porterebbe inevitabilmente a delle dicotomie banali: nelle Langhe, il custode del territorio più umile e rigoroso, e vale a Barbaresco e Barolo come a Roero o ad Alba, non cerca solitamente di produrre né la grande opulenza né l’intensità massima, non cerca quindi le iperboli di chi vuol vendere al bevitore danaroso e sfrontato, semplicemente perché sa bene che il terroir della zona non vorrebbe dare vini cornucopia: proviamo a scordarci quindi i numeretti grandi e cerchiamo qualcos’altro nei tanti vini di nebbiolo delle Langhe…qualcosa che pochi rossi nostrani sanno trasmettere: l’estetica del bamboo, l’impalcatura leggera e affidabile e l’elasticità vibrante.

L’ESPERIENZA

Ci sono tutti i colori del nebbiolo puro nel bicchiere: il rosso è rubino, lieve, con la paradigmatica tendenza granata a far da sfondo, per una colorazione luminosa e leggera che si contrappunta con l’estrema lentezza con cui il vino piange con delicatezza sulle pareti del calice.

Il naso percepisce, al pari dell’occhio, una certa levità: gli aromi sono sempre distinguibili, e di una certa varietà anche, ma non sono invadenti, bensì fuggevoli: fiori mai regalati come la rosa canina, e la violetta e il sambuco anche, piccoli ma dal carattere deciso, crescono assieme a una delicata liquirizia su strati cosmetici di talco. L’impressione è di grande gentilezza, senza eccessi.

Anche al gusto, lo stile di questo Barbaresco si conferma quello che più speravo di poter raccontare: tannini che non puoi ignorare, ma per le dolci effusioni piuttosto che per i graffi, sono innalzati con grande effetto da una compagine alcolica ben guarnita, che ha i piedi ben saldi in una sapidità fine e il corpo rinfrescato da una saliva che non scende mai e che diffonde nuovamente aromi liquiriziosi e violetti: è un’esperienza piacevolissima e duratura, sotto il segno dell’eleganza e dell’equilibrio, che appaga e ingentilisce, tanto che neanche mi accorgo quando la bottiglia è finita: ha vinto lui, palesemente. Gellio ci insegna che Una gioia improvvisa può anche uccidere, ma morire adesso non sarebbe poi tanto male.

IL GIUDIZIO: MERAVIGLIOSO

Ho servito il Barbaresco a 20°C in seguito ad una ossigenazione in caraffa di qualche decina di minuti.

E’ un vino dotato di un equilibrio così perfetto che non potrà che mantenerlo nel tempo: maturerà e migliorerà di certo nei prossimi anni.

Il prezzo di acquisto è stato di 27 euro in enoteca.

La degustazione ha avuto luogo venerdì 3 ottobre 2008.

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