Barbaresco Santo Stefano 2004 Castello di Neive
Scritto da: io in Bottiglie, tags: barbaresco, meravigliosi
LA PRESENTAZIONE
C’è tanta storia dietro questa etichetta: il Santo Stefano è uno dei vigneti più rappresentativi di una denominazione di origine che ospita il Castello di Neive, uno dei luoghi dove nell’800 nacque la moderna enologia piemontese. Barbaresco è un vino importante, ma affiancato troppo spesso come figlio di un dio minore al più celebre cugino di primo grado, compreso da pochi e osannato da troppi: il Barolo, che poi viene da terre marnose in realtà non troppo diverse da quelle di Barbaresco, di Neive e di Treiso. Ora separiamo però i due cugini e mettiamo da parte un confronto che ci porterebbe inevitabilmente a delle dicotomie banali: nelle Langhe, il custode del territorio più umile e rigoroso, e vale a Barbaresco e Barolo come a Roero o ad Alba, non cerca solitamente di produrre né la grande opulenza né l’intensità massima, non cerca quindi le iperboli di chi vuol vendere al bevitore danaroso e sfrontato, semplicemente perché sa bene che il terroir della zona non vorrebbe dare vini cornucopia: proviamo a scordarci quindi i numeretti grandi e cerchiamo qualcos’altro nei tanti vini di nebbiolo delle Langhe…qualcosa che pochi rossi nostrani sanno trasmettere: l’estetica del bamboo, l’impalcatura leggera e affidabile e l’elasticità vibrante.
L’ESPERIENZA
Ci sono tutti i colori del nebbiolo puro nel bicchiere: il rosso è rubino, lieve, con la paradigmatica tendenza granata a far da sfondo, per una colorazione luminosa e leggera che si contrappunta con l’estrema lentezza con cui il vino piange con delicatezza sulle pareti del calice.
Il naso percepisce, al pari dell’occhio, una certa levità: gli aromi sono sempre distinguibili, e di una certa varietà anche, ma non sono invadenti, bensì fuggevoli: fiori mai regalati come la rosa canina, e la violetta e il sambuco anche, piccoli ma dal carattere deciso, crescono assieme a una delicata liquirizia su strati cosmetici di talco. L’impressione è di grande gentilezza, senza eccessi.
Anche al gusto, lo stile di questo Barbaresco si conferma quello che più speravo di poter raccontare: tannini che non puoi ignorare, ma per le dolci effusioni piuttosto che per i graffi, sono innalzati con grande effetto da una compagine alcolica ben guarnita, che ha i piedi ben saldi in una sapidità fine e il corpo rinfrescato da una saliva che non scende mai e che diffonde nuovamente aromi liquiriziosi e violetti: è un’esperienza piacevolissima e duratura, sotto il segno dell’eleganza e dell’equilibrio, che appaga e ingentilisce, tanto che neanche mi accorgo quando la bottiglia è finita: ha vinto lui, palesemente. Gellio ci insegna che Una gioia improvvisa può anche uccidere, ma morire adesso non sarebbe poi tanto male.
IL GIUDIZIO: MERAVIGLIOSO
Ho servito il Barbaresco a 20°C in seguito ad una ossigenazione in caraffa di qualche decina di minuti.
E’ un vino dotato di un equilibrio così perfetto che non potrà che mantenerlo nel tempo: maturerà e migliorerà di certo nei prossimi anni.
Il prezzo di acquisto è stato di 27 euro in enoteca.
La degustazione ha avuto luogo venerdì 3 ottobre 2008.


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