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C’erano una volta tanti, tanti vini…tutti diversi tra loro: bianchi, verdi, rossi, gialli e…blu (di metilene).

Era un mondo pieno di colori, iridelloso, allegro e pazzo, pazzo perché le tante Alice del vino lo esploravano girando e saltellando pazzerelle in cerca di vini, incontrando a ogni piè sospinto i tanti spacciatori di pasticche coloratissime, tutti buffi, simpatici e scherzosi, come ad esempio il Cappellano Pazzo (Teobaldo per gli amici) e il suo amicone Leprotto Bisestile Conte di Ziliani (esilaranti le scenette in cui servono Nebbioli, Sangiovesi e Magliocchi puri alla malcapitata di turno: basita dall’entusiasmo dei due non riesce ad assaggiare tutto quello che le viene offerto per finire a ridere, come in una famosa gag della telenovela del Trio).

Pazze risate tutti i giorni insomma: vino a profusione, di mille vitigni e mille cru: tante Alice a volte disorientate, ma felici, divertite e appassionate.

Ma un dì emersero dall’oscurità dei personaggi nuovi e gravi di sciagura nel nostro simpatico mondo del vino: il RoséConiglio, un antipatico personaggio privo di senso dello humor, esausto dai soliti scherzi a base di Pecorini, Mammoli e Pallagrelli, e quindi primo alfiere del VinelloRosé in brik (l’omogeneizzato di tutti i vini del mondo, dal colore, ovviamente, rosé) e la sua trista e risentita compagna di merende, la Regina delle Picche Fangose, sorella sfigata di quella dei Grandi Cuori Nebbiosi (sembra che nemmeno uno dei suoi vigneti fosse considerato un cru nemmeno dall’alchimista enologo più andante e prezzolato) e mossa da naturale invidia verso la sorella: i suoi vini, dai colori belli, dalle etichette sgargianti e dai dolcissimi profumi di vaniglia, e mirtillo merlottoso, erano purtroppo tutti uguali e si perdevano, venivano dimenticati, erano grigi in quel bel mondo iridato.

La storia poi narra di un inevitabile scontro iniziato un dì tra i giocherelloni e i rosiconi…purtroppo però le ultime pagine del libro son strappate e non so come andò finire.

Qualcuno me lo sa dire?

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Traendo spunto dai post di RoVino su Esalazioni Etiliche e di Marco Baccaglio su I Numeri del Vino che citano la posizione di Angelo Gaja espressa in un intervista sul Corriere della Sera del 23 agosto e in una lettera più estesa del 26 agosto pubblicata anche dall’AIS, ecco la mia posizione sul discusso caso del Brunello di Montalcino (per quelli che non sono aggiornati: trovate diversi articoli sull’accaduto nel sito dell’Espresso).

Il rispetto del sistema di tutela messo in pratica con la denominazione di origine controllata (con la variante DOCG) ha portato la Francia per prima, speriamo non per ultima, dalla territorialità (i vini sono prodotti storicamente in zone, se non vigne, ben definite) alla riconoscibilità (i vini vengono presentati per le loro qualità e venduti poi al pubblico differenziandoli dagli altri), e dalla qualità da esse supportata ad un grande successo commerciale e ad una fama di livello mondiale: è un risultato che è dovuto sia al continuo miglioramento qualitativo che alla sagace ma corretta azione commerciale protrattisi per (almeno) decine di anni, e trae le sue origini centinaia di anni fa con le prime zonazioni; tutte cose che tanti (a leggere i loro interventi) sembrano non conoscere o far finta di non conoscere. Molto male.

Non è possibile quindi, in base all’esperienza francese, un mercato del vino di qualità che non si poggi sull’identificazione del prodotto in etichetta e nel bicchiere: tutto ciò è garanzia del rispetto di quella combinazione di caratteristiche territoriali, climatiche e varietali che definiscono il terroir di una zona di produzione.

Sento parlare tanto di qualità nel bicchiere e vedo sommelier e giornalisti che raccontano ai più curiosi di mille profumi esotici mentre tuffano il nasone nel bevante, ma non abbastanza dell’importanza fondamentale che un consumatore possa acquistare una bottiglia sapendo che vino contiene prima di stapparlo e berlo, prima di aver pagato.

Cambiare dopo tanti anni il disciplinare di produzione (quindi la legge che controlla la denominazione di origine) di un vino che si è sempre, storicamente, basato solo sul sangiovese (vitigno che è protagonista del terroir del Brunello, che è addiritura l’appellativo storico del sangiovese in zona, quindi il nome del vino stesso!) sarebbe perciò un passo in discesa verso la perdita di una tradizione importante, la disgregazione di un’identità costruita con pazienza, l’incrinamento di un rapporto di fiducia costruito con i consumatori: sarebbe un cambio di direzione al servizio di produttori con terreni poco dotati, che metterebbe in forte dubbio il successo di un prodotto importantissimo per l’Italia.
D’altronde la reazione del mercato americano, diverso dal nostro ma evidentemente meno incline ai magheggi, sta lì a dimostrarlo.

Per affrontare il problema dei differenti livelli di qualità dei terreni in possesso dei produttori meno fortunati sarebbe a mio avviso necessaria piuttosto una corretta zonazione dell’area del Brunello, con una classificazione dei vigneti in base alla qualità, così come hanno fatto praticamente dovunque in Francia (dove tra comprare un normale Bordeaux e un Bordeaux Premier Cru ce ne corre), oppure con un più semplice riconoscimento dei cru, delle vigne migliori, per poi indicarne espressamente in etichetta il nome, strada ad esempio già intrapresa dal Barolo.

Sono sicuro che molti produttori non sarebbero contenti di vedere sullo scaffale il proprio Brunello al fianco di altri più quotati (e naturalmente venduti a prezzi più alti), ma, si sa: la natura è spietata.
E dovremmo esserlo anche noi bevitori.

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